oro rosa / Elisa gira l’Europa

Alla stazione di Francoforte, Elisa comprò un panino e poi un espresso. To go? le chiese la barista.

L’espresso si beve al banco. L’espresso si beve al banco, si ripeteva, e non riusciva a far altro che sgranare gli occhi cercando una via di fuga da quella domanda assurda.

Domande come Qual è il rumore di una mano che applaude? di solito la divertivano, gli occhi le si illuminavano e si sentiva leggera e calma, tranquilla nel cogliere l’essenza che si cela oltre la ragione, oltre il desiderio di comprensione. Ma qui il desiderio Elisa lo avvertiva forte e chiaro: caffè, e il desiderio di comprensione gli era funzionale.

Accettando ma non lasciandosi trasportare dal flusso dei pensieri che cavalcavano l’onda de i tedeschi non ne capiscono proprio nulla di caffè, e nemmeno gli americani che hanno inventato questi luoghi tutti uguali in cui l’anima si perde, o erano stati i Romani, prima di loro?, Elisa si sforzò di capire il perché di quella domanda assurda, fuori luogo, incomprensibile in quell’accento inglese mal curato che riesce solo a dirti: straniero, straniera. To go?

Occhi sgranati a cercare un indizio. Se mi ha posto questa domanda, pensa Elisa tra sé e sé, è perché cerca aiuto. Le domande sono richieste di aiuto per poter andare oltre, per poter fare il passo successivo, per venirsi incontro e andare avanti insieme. Elisa si sentiva già meno straniera, pensando così. La barista, dal canto suo, lì nell’angolo con la macchinetta del caffè alle spalle, aveva occhi altrettanto sgranati e un braccio alzato a cercare qualcosa, la mano aperta pronta ad afferrare la risposta. Elisa guarda bene i movimenti della barista, la tensione nella mano e la prontezza nell’altra mano che aspetta solo di premere un pulsante, il caffè è già macinato e pronto a scendere nella tazzina, bollente. Qualcosa nell’immagine però non torna. Ci sono bicchierini di cartone sopra la macchinetta, proprio accanto alle tazzine in ceramica con il logo del caffè in uso. Anche i bicchierini in cartone hanno il logo, ma del franchising, buffi nella loro piccolezza, effimeri nel carattere, pronti ad esser gettati nel tempo di un sorso. Elisa, che non aveva mai visto nulla del genere e mai avrebbe potuto immaginarsi qualcosa del genere, ascoltò le loro vocine parlare una lingua sconosciuta e raccontare abitudini sconosciute che non necessariamente andavano capite. Ascoltò quei bicchierini raccontarsi e sorrise.

La barista voleva semplicemente sapere se servirle l’espresso in tazzina di ceramica o in buffo bicchierino usa e getta. Zum hier Trinken, avrebbe voluto rispondere Elisa, ma il prontuario tedesco l’avrebbe imparato solo qualche anno più tardi, con immensa fatica e poche soddisfazioni. To go, rispose invece, mettendo per un momento da parte l’amore per l’ambiente e provando a vedere l’effetto che fa un espresso nel bicchierino buffo, cercando di aprirsi a quelle storie finora impossibili che un’altra cultura rendeva realtà.

Un Euro e novanta. Del prezzo del caffè all’estero ne parliamo un’altra volta. Il bicchierino buffo è stato lavato e riposto sulla mensola della cucina di casa a Strasburgo, dentro ci sono monetine provenienti da diverse parti d’Europa, ed Elisa quando lo guarda si ricorda sempre di quella volta in cui, alla stazione di Francoforte, ha imparato che, se una risposta giusta c’è, allora è To go.


Questo racconto fa parte della raccolta “DI FOLLIE CELESTI E D’ALTRI MILLE COLORI”

ISBN-9788827569757 (ebook) / ISBN-9788827592731 (cartaceo)