il profumo dell’eucalipto

Si stava bene là, tra le foglie più tenere e giovani, rade e per questo più preziose, verdi di speranza e felici, nel vento leggero del mattino, di essere sopravvissute all’improvviso gelo notturno. Era maggio.

Una cinciallegra, stranamente sola, fissava Lucilla senza paura, prendeva il volo. Con la finestra aperta sul mondo e l’ingresso ben chiuso, Lucilla sistemava gli ultimi libri negli scatoloni, spolverava scaffali, raccoglieva da terra un fiore già colto.
Era maggio, Lucilla sospirava, sbuffava, a tratti piangeva ma mai, mai indugiava. Lei era pronta, il biglietto del treno era pinzato all’occhiolino della porta, l’orologio segnava le cinque.

Filtrava il sole tra i rami dell’albero di fronte a casa, a baciare il basilico sul davanzale dei vicini e ad illuminar, sul muro tra il letto ed il bosco, le ombre lasciate da ricordi ormai dismessi. Lucilla accarezzava il bianco, freddo sotto un chiodo vuoto, a contornare ancora una volta quel viso, quel luogo, quel calore che mai riuscì ad essere fuoco, e si chiedeva dove avesse sbagliato, e quando.
Era maggio, tra dodici giorni sarebbe caduto il compleanno di sua mamma.

Suonarono alla porta. Era la ditta per il trasloco che, puntuale, arrivava alle diciotto e trenta per smontare i pochi mobili rimasti invenduti e le due lampade che Lucilla avrebbe portato con sé fino in Australia. Caricarono sul furgone i quaranta scatoloni già pronti, Lucilla disse loro che si sarebbe occupata lei delle ultime poche cose, forse le avrebbe regalate. Tornò in camera e chiuse la finestra, senza notare le cinciallegre che la chiamavano a gran voce per avere le solite briciole di pane e di biscotti.
Lucilla chiuse gli occhi. Chiamò la musica e la musica, in un attimo, arrivò.

Quella volta fu il pianto di una bimba, disperato e deciso, ad accompagnare Lucilla nel cammino senza tempo, fino al giorno in cui quel chiodo, ora vuoto, era stato piantato. Che foto portava, in quel momento passato? Quale immagine per un futuro che non si voleva incerto? E chi altro avrebbe imprigionato quel muro, fissando per sempre lo spazio in un artificio senza vita né sogno?

Spinse forte col pugno sul muro, si ferì e uscì sangue a fare disegni tra il legno e le scarpe. Il chiodo scomparve dentro una crepa della misura del pugno, della grandezza di un cuore che piano piano cresceva e faceva tremare il palazzo. La luce del sole, attraverso una spaccatura ora grande come il mondo, portava nuova vita nel bosco, dava colore ai rovi più tristi, faceva brillare le gemme e riscaldava i tronchi mai colpiti dal fulmine. Stava crollando tutto.
Lucilla guardò la sua ombra macchiata di sangue, cercò la finestra ma era sparita, caduta nel vuoto lasciato dal pugno, decise che era ora di andare. L’orologio segnava le quattro e cinque, il biglietto dell’aereo era in tasca, all’aeroporto sarebbe arrivata volando.
A chi le avesse chiesto un nome, avrebbe detto di chiamarsi Chiara.

Riaprì gli occhi, Lucilla. Si avvolse uno scialle di fiori intorno al collo, e uscì.
Scalino dopo scalino, si alleggeriva il peso di quel che portava con sé, non pensava più nemmeno al viaggio, non si aspettava niente ad aspettarla, oltre la soglia, se non l’abbraccio del sole e del vento, un poco di terra sotto i piedi, alle sue spalle molte macerie.

Sulla soglia, invece, cresceva forte una pianta, con le radici profonde e una chioma folta tra le pieghe del cielo, fuori dal bosco e senza finestra, a raccontare al destino una storia diversa. Era maggio.