fili di grano

Scottava lo scivolo. L’aria era pesante e ferma, in quell’estate sgangherata, dimenticata tra una primavera finita male e un autunno che non si sapeva se mai sarebbe tornato.

La sua amica più dolce si era trasferita in un’altra città, il cane era malato e passava le giornate a sonnecchiare all’ombra di un vecchio ventilatore spento, il davanzale cuoceva i gomiti quando, con un po’ di speranza, si affacciava a cercare giù un poco di verde o su nel cielo l’azzurro.
Trovava soltanto il giallo, un giallo infuocato e secco, e un’insegna al neon, sempre accesa.

Il condominio era deserto.
Le cicale avevano smesso di cantare e quei fili elettrici, abbandonati dai piccioni e dal vento, erano gli unici ad intonare una timida melodia.

Alla radio, senza sosta, trasmettevano i risultati delle partite e una pubblicità, tra il primo e il secondo tempo, che invitava a comprare carburante per l’inverno. Si fece un caffè, lo bevve amaro. Lasciò la moka accanto al lavello, bollente e chiusa stretta stretta, e si mise a leggere il proprio diario.

Lesse fino alla fine. Cercò, nel disordine alfabetico dei nomi dei santi del giorno, la pagina che riportava la data dell’indomani. Non la trovò. Si mise a cercare tra le pagine dei libri sul comodino, tra gli appunti sparsi dimenticati nei cassetti degli anni passati, tra i testi scolastici, nell’enciclopedia, ma non la trovò. Si convinse così che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno e, sotto una spessa coperta di ricordi, morì.

Ma prima di morire, in quell’istante in cui dicono che tutto diventi improvvisamente chiaro, vide una stella color magenta farsi strada nel cielo, vide una nuvola a forma di uragano, sentì la voce del proprio futuro e urlò, urlò tanto forte che le sue parole rimasero impresse sulle pareti, dentro e fuori, per sempre.

Non c’è vero perdono senza dimenticanza, senza un nuovo inizio la storia finisce per sempre, ma senza una fine e senza una meta non è libera la vita ma prigioniera di sé stessa.

Si squarciò allora il mondo, tutto, ed entrò nel cuore la stella, ed uscì dal cuore il lutto.

Fu così che si scoprì immortale, fuori dal tempo che si può raccontare, oltre lo spazio che ci può separare. Passò il furgoncino dei gelati, si fermò, dei bambini accorsero a comprare i colori che mai avevano assaggiato e continuarono poi a giocare con l’oro dei pirati dell’oceano e la polvere d’argento delle fate del bosco.

Squillò il telefono, non rispose. Si mise indosso qualcosa di leggero, uscì a fare due passi, arrivò fino al fiume. Nel fiume, nuotavano i pesci in tutte le direzioni senza badare all’acqua che scorreva verso il ponte. Si bagnò il viso, poi le mani. Era la stessa acqua quella che aveva lavato gli occhi e ora scivolava via tra le dita? Immerse i piedi, si tuffò.

E con uno spiraglio di speranza, o meglio, con la certezza di un’eterna attesa, per la promessa mai mantenuta di un nuovo inizio ad ogni battito, impegnandosi ad esserci perché sia completo e finito ogni momento, diventò capace di amare.

Riemergendo, incrociò il corpo di qualcuno che non conosceva, si scusò. In quello sguardo stupito si riconobbe, sorrise. Le foglie degli alberi erano mosse dal vento, piovve. Danzarono, in due, poi in tre e poi in mille, forse milioni o forse miliardi, persi in una musica di gocce e braccia, di arancione e di rosso che dal cielo cadevano a terra, fino a che non restò che marrone, che notte.

Nel fresco del mattino, fu autunno.