la caparbietà del pepe

Quando il fiume esondò, in paese si chiusero tutte le finestre, tutte le porte, qualche cuore.

Quando il fiume esondava, i compaesani dicevano che era venuto lo spirito cattivo, maledicevano cielo e terra e minacciavano l’acqua con promesse di argini più alti, più duri, compatti. Il fiume allora faceva le onde grosse, spaccava ponti e allagava cantine, chiamava a sé fulmini e venti e grandine a frantumare i vetri e fango, tantissimo fango, sempre più fango a ricoprire quelle promesse grigie con terrenti scivolosi e vivi, voglia di fiori per i davanzali e di suole pesanti davanti alle soglie, di colpi battuti sulla terra secca, sui gradini di pietra, per bussare forte dritto a quei cuori che si eran nascosti.

Poi le acque si ritiravano, il fiume ritrovava la quiete.

Nel paese, là sulle colline, tra gli ulivi e le vie vecchie e nuove, ritornava l’allegria della vita di sempre.

Qualcuno pensava che il fiume avesse capito, che avesse finalmente imparato a rispettare il proprio corso, senza riuscire ad immaginare che anche un fiume possa voler scoprire da solo se è più faticoso cascare o farsi lago, lasciarsi guidare dalle curve molli o scavarsi un passaggio nella terra incolta, fermarsi bloccato dall’ennesima frana o seguirla fino a dove non era mai stato.

Fu così, seguendo una frana autunnale, che il fiume che scorreva lungo la via principale cambiò direzione e paese. La via, con la sua passeggiata e i suoi salici dolci, cresciuti inevitabilmente su un fiume già grande, perse così ragione di esistere e si decise di costruirne una più larga, abbastanza larga da arrivare a toccare il fiume e il paese vicino.

L’idea di farsi raggiungere piaceva al fiume, che altro non voleva se non ospitare di nuovo i giochi dei ragazzi che da sempre conosceva, ma il progetto prevedeva argini di marmi preziosi, finanziati col sostegno di molti personaggi eminenti e due donazioni di popolazioni a valle che il fiume non aveva ancora incontrato, così il fiume esondò, biforcandosi per qualche chilometro.

Sulla lingua di terra venutasi così a creare, rimase isolata una vecchia casetta, senza più infissi né porte d’ingresso, senza tetto. Passati gli ultimi giorni di maltempo, il sole riprese a splendere tra le fronde degli alberi in giardino e, facendosi strada tra i rami rotti, entrò in cucina, raggiunse un granello rosa, lo fece nascere, là, sul fango, mentre nasceva anche l’inverno.

La neve ricoprì tutto per mesi, quell’anno, col suo silenzio senza tempo e quel suo colore sempre bianco, mentre il cielo si riempiva di profumi e di canti lontani, portati dal vento. A primavera, il fiume scorreva maestoso e placido, abbracciando quell’isola nuova, soltanto sua, con una vecchia casetta in cui cresceva una rosea promessa: una terra fertile, sotto un cielo variabile ma sereno, ricca di vita e con un sapore esotico, capace di donarsi a chiunque voglia conoscere le acque del fiume che seppe difenderla.