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Categoria: Racconti

Scrivo racconti brevi brevissimi.
Quando i personaggi lo richiedono, intreccio le storie per raggiungere dimensioni più grandi.

dal diario di Marthe / 23 marzo, notte di luna nuova

Caro diario,

oggi durante la pausa caffè sono rimasta chiusa in ascensore. Ho premuto ALT e sono rimasta ferma, al buio, in compagnia del nuovo collega biondo, in silenzio. Il collega biondo è rimasto impassibile, ha acceso una lucetta da tasca, azzurra, e mi ha chiesto come mai avessi premuto, ma me lo ha chiesto senza vero interesse, come se fosse una frase che era tenuto a pronunciare ma in cui non credeva davvero. Come quando, stringendomi la mano, mi chiese come mai portassi un nome francese.
Volevo stare sola con lui, questa era la verità, ma non glielo potevo dire. Ci conosciamo da tre giorni, e io sono innamorata. Mi innamoro subito, ormai. Sorrideva, ma non a me. Aveva una luce negli occhi che mi faceva girare la testa. Non ha aspettato la risposta, ha spento la lucetta azzurra, ha premuto il pulsante giallo con la campanella. Ho cominciato a piangere e dire scusami sono una stupida, devo avere frainteso. Mi ha baciata, teneramente, ma così teneramente che ci giurerei, è stato l’amore a far riaccendere la luce e a far ripartire l’ascensore e a portarci al settimo piano. Al settimo piano c’è la terrazza, mi ha detto che voleva stare da solo, che ci saremmo visti in ufficio.
Non è più tornato, si è licenziato, è sparito. Ma io, caro diario, resto innamorata, e l’amore lo ritrovo nel vento, su in terrazza, nei caffè che ordino e lascio raffreddare, nelle carezze che ho imparato a regalare. Sono innamorata, caro diario, della vita e delle storie che nella vita incontro, sono innamorata del respiro e del tempo. Sorrido, senza cercare un motivo, e ho una luce negli occhi, come una musica che mi gira in testa.

Soffio nel vento la felicità che non so dire, mi sento volare.


La firma di Marthe si trova nel Volume I / caffè e champagne delle pagine dai diari, pubblicate sotto il titolo: la Semina e il Raccolto.

dal diario di Marco Aurelio / terzo giorno

Da quando mi sono messo in cammino non è successo nulla che sia degno di nota. Gli stormi iniziano a raccogliersi per il grande ritorno, in una nuvola ho visto il mio cane da caccia, una rosa selvatica a lato del sentiero si è lasciata cogliere, ma in me non è cambiato niente.

Innaffio le piante sul balcone, mattina e sera, cerco nei colori dell’alba e del tramonto le parole e i volti di chi ancora non ricordo. Sto imparando ad avere pazienza, mi hanno detto tutti che la riabilitazione sarà lunga. Anche oggi verrà lei a passare la notte con me, perché si sente più serena così, tra le mie braccia che ancora scansano un’estranea, mi dice, che tra le coperte fredde di una vita non sua.

Domani andremo insieme a passeggiare per le vie del centro, come piaceva a noi, mi dice, e io proverò ad amare questa vita che non è più mia, ma che non è ancora viva e libera come vorrebbe. Lei mi racconta di amici e di viaggi, io le chiedo se si ricorda che profumo aveva la casa dei miei nonni. Non lo sa, non può saperlo perché ci siamo conosciuti dopo, mi dice, ma io so che ci conosciamo da sempre, anche se non mi ricordo ancora il suo nome io so che quando morirà ci sarà nell’aria profumo di fragole.

Riuscirò ad amarla prima che sia di nuovo estate?

Le ho comprato un ciondolo a forma di foglia, vederla sorridere mi aiuterà a dimenticare quest’ultimo anno, mi aiuterà a ritrovare i ricordi che ho perso tra le montagne, assieme ad un figlio e al mio cane da caccia, e forse anche lei saprà trovare la forza e il coraggio per ritornare a cercarli.


La firma di Marco Aurelio si trova nel Volume III / campi di fragole delle pagine dai diari dei miei personaggi, pubblicate sotto il titolo: la Semina e il Raccolto.

387 / Clara

Clara sapeva cantare, cantava meravigliosamente. Cantava in una lingua che solo lei sembrava conoscere.

Cresciuta assieme ai suoi fratelli in una famiglia di sordi e di muti che non potevano insegnarle l’arte della musica, Clara aveva imparato la magia delle onde massaggiando mani ed orecchie di amici e parenti.
Venne da noi accompagnata dalla zia, che a gesti ci spiegò la follia della nipote, le sue notti insonni, le sue labbra loquaci. Clara cantava e la cristalleria tremava e a volte si rompeva, una dannazione per la famiglia intera.

Clara non poteva fare a meno di cantare, ma in quel suo bizzarro contesto sociale, in cui nessuno la comprendeva, aveva maturato una musica diversa, stonata per quanto immensa. Clara cantava perché non poteva farne a meno, ma strideva quella voce anche al ritmo di un cuore puro e sincero. Clara piangeva, mentre cantava, pioveva il cielo e l’aiutava a liberarsi dalla frustrazione di un talento sprecato, di una voce senza padrone.

Clara canta sempre, adesso qui per noi, e sta imparando a suonare i tamburi mentre gli altri talenti più o meno forti di lei la aiutano a ridere degli errori, ballando nelle pause, inciampando tra le note. Anche a me Clara piace, perché non ha mai chiesto niente. Mi piace quel suo modo cocciuto che ha di donarsi alla gente.


Estratto da “quel che voglio è”

ISBN-9788826062211 (ebook) / ISBN-9788822898333 (cartaceo)