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Tag: di follie celesti e d’altri mille colori

giallo indiano / a cuore riscoperto

Gintariné lasciava la Lituania per la prima volta in quella prima sera d’autunno, da sola, alla vigilia del suo diciannovesimo compleanno. Partiva alla volta della Cina, Gintariné, sola e libera come solo una giumenta vergine sa essere.

Lui invece aveva già avuto molte donne, quando la incontrò, nel giorno del suo trentaquattresimo compleanno, all’indomani della sua sconfitta. Era sera, e Gintariné beveva dal fiume che la rifletteva, bellissima, più arancione che mai. Il crepuscolo scoppiettava di serenità e lui pensò di avvicinarsi, fischiettando una canzone della sua terra per non spaventarla.

Gintariné lo guardò e abbassò il muso per farsi accarezzare, e lui le strofinò contro il volto e cominciò a cantare. Si addormentarono vicini e caldi, a qualche passo dal confine con l’India.

Quando si svegliarono si sorrisero e partirono al galoppo. Salirono su su fino al Tibet e videro il mondo, tutto, in una volta sola, e poi scivolarono lenti lenti fino alla Grande Muraglia.

– Non si passa. disse lui, come se dicesse il vero. Gintariné chiuse gli occhi e li riaprì dall’altro lato del mistero. Lui le marciava accanto, carezzandole il fianco e il muso, e le dava qualche fiore troppo bello per esser lasciato in pasto alla notte.

Arrivarono alla Città Proibita quando era ormai maggio, e lei cadde sfinita e lui chiese aiuto ad un saggio. E il saggio disse – Non c’è più niente da fare. e lo disse come se non avesse più senso nemmeno sperare. E lui chiuse gli occhi e li riaprì ma non successe nulla, e Gintariné morì in una stanza brulla.

Si chiamava Mio, il nostro giovane uomo, e tornava a casa dopo un decennio di abbandono. Bussò tre volte, come erano soliti fare i fratelli, ma in quella casa non abitava più nessuno che potesse vedere il suo viso. Camminò quaranta giorni e arrivò fino alla fine del tempo, e il quarantunesimo giorno rivide Gintariné e capì che era giunto anche il suo momento. Lasciò sbocciare l’ultimo fiore e scrisse sul primo frutto la sua dichiarazione.

SCONFITTO MUOIO, SCONFITTO E PERDUTO. e chiuse gli occhi, ed esalò l’ultima sua nota, e fischiò ancora una melodia nell’aria. Si alzava un vento, proprio lì e proprio allora, che soffiava in direzione dell’India. Su su fino al Tibet portò la sua canzone e poi lungo il fiume, fino alla vecchia stazione. Sul treno piangeva un ragazzo che aveva perso il suo giovane amore e la sua vana gloria, ma nella carezza del vento capì d’improvviso tutta la storia. Si spogliò di tutto e corse nudo verso il caldo, fin dentro il ventre del mondo, e rinascendo pianse la sua dichiarazione.

VITTORIOSO RITORNO, VITTORIOSO E PIENO DI GIOIA. e sua madre lo strinse al seno e gli cantò una dolcissima nenia.

La Terra girava, intanto, senza sosta, e il giorno moriva la sera e la notte all’alba cedeva. La Luna guardava, senza mai abbassare lo sguardo e offriva il suo volto a chiunque volesse andarle incontro. Una cometa, passando, lasciò la sua dichiarazione ed eterno fu l’attimo.

È VERO SOLO QUEL VIVE NEL CUORE.
IL TEMPO RISORGE AD OGNI BATTITO.


Questo racconto fa parte della raccolta “DI FOLLIE CELESTI E D’ALTRI MILLE COLORI”

ISBN-9788827569757 (ebook) / ISBN-9788827592731 (cartaceo)

oro rosa / Elisa gira l’Europa

Alla stazione di Francoforte, Elisa comprò un panino e poi un espresso. To go? le chiese la barista.

L’espresso si beve al banco. L’espresso si beve al banco, si ripeteva, e non riusciva a far altro che sgranare gli occhi cercando una via di fuga da quella domanda assurda.

Domande come Qual è il rumore di una mano che applaude? di solito la divertivano, gli occhi le si illuminavano e si sentiva leggera e calma, tranquilla nel cogliere l’essenza che si cela oltre la ragione, oltre il desiderio di comprensione. Ma qui il desiderio Elisa lo avvertiva forte e chiaro: caffè, e il desiderio di comprensione gli era funzionale.

Accettando ma non lasciandosi trasportare dal flusso dei pensieri che cavalcavano l’onda de i tedeschi non ne capiscono proprio nulla di caffè, e nemmeno gli americani che hanno inventato questi luoghi tutti uguali in cui l’anima si perde, o erano stati i Romani, prima di loro?, Elisa si sforzò di capire il perché di quella domanda assurda, fuori luogo, incomprensibile in quell’accento inglese mal curato che riesce solo a dirti: straniero, straniera. To go?

Occhi sgranati a cercare un indizio. Se mi ha posto questa domanda, pensa Elisa tra sé e sé, è perché cerca aiuto. Le domande sono richieste di aiuto per poter andare oltre, per poter fare il passo successivo, per venirsi incontro e andare avanti insieme. Elisa si sentiva già meno straniera, pensando così. La barista, dal canto suo, lì nell’angolo con la macchinetta del caffè alle spalle, aveva occhi altrettanto sgranati e un braccio alzato a cercare qualcosa, la mano aperta pronta ad afferrare la risposta. Elisa guarda bene i movimenti della barista, la tensione nella mano e la prontezza nell’altra mano che aspetta solo di premere un pulsante, il caffè è già macinato e pronto a scendere nella tazzina, bollente. Qualcosa nell’immagine però non torna. Ci sono bicchierini di cartone sopra la macchinetta, proprio accanto alle tazzine in ceramica con il logo del caffè in uso. Anche i bicchierini in cartone hanno il logo, ma del franchising, buffi nella loro piccolezza, effimeri nel carattere, pronti ad esser gettati nel tempo di un sorso. Elisa, che non aveva mai visto nulla del genere e mai avrebbe potuto immaginarsi qualcosa del genere, ascoltò le loro vocine parlare una lingua sconosciuta e raccontare abitudini sconosciute che non necessariamente andavano capite. Ascoltò quei bicchierini raccontarsi e sorrise.

La barista voleva semplicemente sapere se servirle l’espresso in tazzina di ceramica o in buffo bicchierino usa e getta. Zum hier Trinken, avrebbe voluto rispondere Elisa, ma il prontuario tedesco l’avrebbe imparato solo qualche anno più tardi, con immensa fatica e poche soddisfazioni. To go, rispose invece, mettendo per un momento da parte l’amore per l’ambiente e provando a vedere l’effetto che fa un espresso nel bicchierino buffo, cercando di aprirsi a quelle storie finora impossibili che un’altra cultura rendeva realtà.

Un Euro e novanta. Del prezzo del caffè all’estero ne parliamo un’altra volta. Il bicchierino buffo è stato lavato e riposto sulla mensola della cucina di casa a Strasburgo, dentro ci sono monetine provenienti da diverse parti d’Europa, ed Elisa quando lo guarda si ricorda sempre di quella volta in cui, alla stazione di Francoforte, ha imparato che, se una risposta giusta c’è, allora è To go.


Questo racconto fa parte della raccolta “DI FOLLIE CELESTI E D’ALTRI MILLE COLORI”

ISBN-9788827569757 (ebook) / ISBN-9788827592731 (cartaceo)

di follie celesti e d’altri mille colori

La nuova raccolta di racconti è ora diponibile in ebook e cartaceo!
per esempio su ibs o Mondadoristore

Sono racconti brevi o brevissimi. Qualcosa di simile a dei viaggi negli arcobaleni, dove i colori vanno a ritrovarsi e a mettersi in fila prima di tessere nuove trame.
Sono racconti di trasformazione, tutti. Sono storie che nascono in un modo e finiscono in un altro, fanno quadrare cerchi e spostano montagne, raccontano personaggi che provano sinceramente ad essere vivi e chissà che, provandoci, non ravvivino anche noi che da qui li leggiamo.

di follie celesti e d’altri mille colori

ISBN-9788827569757 (ebook) / ISBN-9788827592731 (cartaceo)


Da leggere online: 

oro rosa / Elisa gira l’Europa
giallo indiano / a cuore riscoperto
diamante naturale / a te, che stai leggendo